Biografia di Niccolò Aretino * d'Arezzo *

NICCOLÒ D'AREZZO scultore

Non è sempre vero il proverbio antico di noi toscani: "tristo a quello uccello che nasce in cattiva valle", perché se bene la maggior parte degli uomini si stanno ordinariamente più che volentieri nel paese dove e' son nati, e' si vede pur bene spesso che molti ancora se ne vanno altrove a cagione di imparare e di apprendere fuori quello che a casa non si può fare, essendo comunemente (eccetto le città grandi, che non sono però molte) ogni luogo particulare mal fornito de' suoi bisogni, e massimamente de le scienzie e di quelle arti chiare et egregie che dànno utile e fama insieme a chi vuol durarvi fatica: se già non volessimo noi dire che questi tali non dalla natura, ma da quello influsso celeste che gli vuol conducere al sommo, sono cavati degli infelici paesi loro e condotti ancora in que' luoghi dove e' possino comodamente farsi immortali. Il che volendo condurre il cielo, adopera sì diverse vie che e' non si può assegnarne regola, inducendo alcuni per via di amicizie o di parentadi, altri per esilii o per villanie fatteli da' suoi medesimi, altri per la povertà e per infinite cagioni strane ad assentarsi da la patria. E certo che, se da questi scherzi del mondo non fosse stato più che oppressato Niccolò di Pietro Aretino, e' non sarebbe già mai uscito di Arezzo, né mai averebbe acquistato gloria né fama: anzi, come un cartoccio di qualche eccellente seme tenuto dalla dimenticanza dentro a la apertura d'un muro, sarebbe sempre stato perduto. Ma il cielo e quella buona fortuna sua che lo voleva al tutto far grande, non essendo atta la città dove egli era nato per non vi essere maestri che gli insegnassero a condurlo al termine suo, oltra lo averlo fatto povero, lo fece talmente ancora ingiuriar da' parenti suoi, che e' fu forzato andarsene altrove. Laonde arrivando in Fiorenza e seguitando lo instinto della natura, si pose alla arte dello scultore; dove esercitandosi del continovo, con fatiche non mediocri sì per la povertà che lo assassinava e sì per gli stimoli delle concorrenzie di altri giovani suoi equali, venne finalmente tanto eccellente che onorò la patria e se stesso, e fece utile grandissimo a sé et a' suoi. Furono l'opere sue prime in Fiorenza nella Opera di Santa Maria del Fiore, e massimamente una statua di marmo di braccia quattro, posta allato alla porta principale di detta chiesa a man manca entrando in essa, che è uno Evangelista a sedere, dove Niccolò dimostrò certamente quanto e' valesse. E tanto più ne fu egli lodato quanto di tondo rilievo non si era ancora visto meglio, come si vide poi per que' maestri che seguitorono la maniera moderna, e per lui ancora che la mutò del tutto. Lavorò eziandio in compagnia di Iacopo della Fonte in molte opere di quello. In Arezzo fece di terracotta, sopra la porta del Vescovado del fianco, tre figure, e un San Luca di macigno nella facciata in una nicchia che vi è. Alla Fraternita di Santa Maria della Misericordia lavorò di sua mano di pietra forte tutta la facciata, et una Nostra Donna che tiene ‘l popolo sotto il manto, con due figure nelle nicchie tonde che la mettano in mezzo: l'una fu San Gregorio papa e l'altra San Donato vescovo protettore di quella città, con buona grazia e con buona maniera. In Pieve alla cappella di San Biagio fece di terra una figura bellissima di detto Santo; et a Santo Antonio nella medesima città fece un tabernacolo con Santo Antonio di terra, tondo, et un altro a sedere sopra la porta dello Spedale di detto luogo. Ritornò a Fiorenza, e sopra la statua del San Matteo di bronzo a San Michele in Orto fece alcune figurette di marmo nella nicchia di sopra, che sono cosa lodatissima e che gli dètte allora tanto credito e nome, che avendosi ad allogar le porte di San Giovanni di bronzo, e' fu eletto fra que' maestri che in tale opra furono concorrenti. Ma rimanendo adietro in tale opra, se ne partì; et a Milano trasferitosi, nel Duomo fece di marmi alcune cose bellissime. Essendo poi divenuto vecchio, volsero gli Aretini fare allogazione de la sepoltura di Guido Pietramalesco signore e vescovo loro, già morto, e per Niccolò mandarono. Per che da Milano a Bologna condottosi, quivi morì in pochi giorni, et essi de la sepoltura fecero allogazione a maestro Agostino et ad Agnolo sanesi, i quali la finirono e posero nel Vescovado alla cappella del Corpus Domini; la quale sepoltura per le guerre e per vendette fatte contra quel vescovo si truova oggi rotta in più pezzi. Visse Niccolò anni LXVI, e furono l'opere sue nel MCCCCXIX. Et ebbe dopo morte questo epitaffio: NICOLAUS ARETINUS SCULPTOR. NIL FACIS IMPIA MORS CUM PERDIS CORPORA MILLE SI MANIBUS VIVUNT SAECLA REFECTA MEIS.

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